Irene Rais

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L'estate degli addii

autore: Irene Rais

anno: 2010

Continuavo a salire lungo in sentiero. L’aria era satura degli odori della campagna. Aromi familiari per me, conosciuti fino dall’infanzia. Il terreno, sconnesso come sempre, si insinuava fra cespugli sempre più grandi che nascondevano alla mia vista la casa. Per anni mi sono chiesta quale segreto nascondesse quella macchia mediterranea così fitta. Si intravedeva, fra i suoi rami, un muretto. La mia fantasia di bambina solitaria creava storie piene di creature misteriose e minacciose che si aggiravano come spettri fra quei rami. La casa delle mia infanzia, centro perfetto della mia vita familiare, luogo di raccolta dei miei sogni, era li, vicina, appena oltre e al contempo lontana ed irraggiungibile. Io sempre li. Sul sentiero. Non riuscivo a fare un passo avanti nella direzione del vialetto di accesso. Stentavo ad andare oltre a proseguire sentendo in bocca un amaro sapore di rimpianto. Sapevo di avere fatto qualcosa che non andava e la casa stava li, nascosta, presente ed irraggiungibile per ricordarmelo. Così mi sono svegliata, sudata ed appiccicaticcia nel sonno. Questo sogno, oramai ricorre da un po’ di mesi e mi ricorda le mie colpe. Non sono quelle connesse all’evento specifico ma a quelle della mia intera esistenza. La colpa di non crederci mai fino in fondo, di non agire paralizzata da mille dubbi sulla bontà delle mie scelte, dalla lentezza con cui prendo le decisioni, dall’infinito procrastinare le cose che mi ha sempre caratterizzato. Dalla mia ambiguità. Così anche la casa è andata. E torna nei miei incubi notturni a ricordarmi che non l’ho difesa dagli assalti dei vandali. Che non ho difeso i ricordi dall’assalto infame di uomini famelici. E da donne sottomesse ad uomini del genere. Me ne sono andata. Me ne sono andata come sempre. In silenzio. Senza fare troppo rumore. E questo è il primo addio.

Poi ho detto addio ai miei sogni. Il secondo addio. E alla possibilità che si avverassero. Almeno alcuni. Forse i più vecchi. Quelli stagnanti. Quelli che, se non si sono mai realizzati, ci sarà pure un perché. Non è poi così male dire addio. Perché a volte questo non è altro che il preludio a nuovi sogni. Nuove avventure. Nuove amicizie. Nuovi amori. Nuove passioni. Nuove certezze. Sostituzioni.

Il terzo addio è quello a me stessa o meglio ad una piccola parte di me.  Ho detto addio ad una parte di me che non conoscevo. L’ho tirata fuori perché pensavo che fosse bella ed affascinante e ne valesse la pena. Ma la verità è che l’ho enfatizzata finché finalmente non si è presentata per benino. Poi l’ho vista per quella che è ed ho deciso che era triste, un po’ squallida e decisamente inutile. Ho visto che fa parte anche lei di me, ma non è il caso di lasciarla andare in giro. L’ho rimessa sotto chiave e le ho detto addio.

Il quarto addio è quello all’uomo dei sogni. Che è appunto nei sogni di una donna ancora adolescente. Ma quella donna è stata messa finalmente nella teca in cui deve stare insieme a tutti i ricordi. E lui insieme a lei. Ma è un addio che dice “benvenuto” all’uomo della realtà che le vive vicino. A quello che lava i piatti e ne sopporta gli umori.

Il quinto addio è quello alla famiglia. Quando si diventa grandi si prendono strade differenti. L’amore a volte non basta a giustificare tutto. Ne da una parte, ne dall’altra. E ci sono sempre un sacco di parti in queste storie che vanno in conflitto fra loro.

Il sesto addio è quello ai rancori. All’odio inutile ed inapplicabile. È l’addio che dice “benvenuta vita”. Le ferite rimarranno ma possiamo sopravvivere. A ciascuno di noi rimangano le responsabilità delle proprie scelte e delle proprie vite. Già così il peso è gravoso figurati se possiamo farci carico anche degli altri.

Il settimo addio è quello definitivo, quello che implica nuovi inizi. Il più amabile fra tutti gli addii.